L’ Australophitecus Lucy era ben accompagnata

03Apr

L’ Australophitecus Lucy era ben accompagnata

L’Australopithecus Lucy conviveva con Little foot e altri antenati dell’uomo.

Quando l’ Australopithecus Lucy, la più celebre antenata dell’uomo, correva nella savana, era in buona compagnia: nella stessa epoca erano già presenti in Africa altre specie di ominidi ‘cugini’ con caratteristiche fisiche anche molto diverse fra loro.

E’ quanto dimostra la nuova datazione dei resti di ‘Little Foot’, il piccolo Australopithecus prometheus scoperto 21 anni fa dall’antropologo britannico Ronald Clarke in una grotta del Sud Africa.
Il suo scheletro, quasi interamente conservato, risale infatti a 3,67 milioni di anni fa: questa nuova datazione lo fa diventare così uno dei più antichi scheletri di ominidi mai rinvenuti, addirittura antecedente a quello della più famosa Lucy, vissuta 3,2 milioni di anni fa. La scoperta, che complica ulteriormente la storia dell’origine dell’umanità, è pubblicata su Nature da un gruppo internazionale di paleontologi coordinato da Darryl Granger della Purdue University, negli Stati Uniti.

”Le tecniche di datazione usate finora non avevano permesso di stabilire con esattezza la vera età di Little Foot, che era stata stimata fra i 2 e i 4 milioni di anni”

spiega Lorenzo Rook, paleontologo dell’Università di Firenze.
Il mistero è stato risolto grazie ad una tecnica innovativa e molto sofisticata che analizza gli isotopi radioattivi delle rocce vicine al fossile, stabilendo esattamente l’epoca in cui queste sono state sepolte sotto terra sfuggendo all’azione dell’atmosfera.

I risultati delle analisi hanno ribaltato le ipotesi fatte finora. ”Pensavamo che Little Foot fosse in un certo senso un discendente di Lucy, e cioè – precisa Rook – che gli australopitechi dell’Africa del Sud fossero nati dallo spostamento e dall’evoluzione di quelli dell’Africa orientale. La nuova datazione ci fa capire che questo rapporto di discendenza non c’è, perché Little Foot è addirittura più antico di Lucy”. ”Questo nuovo dato – conclude Ronald Clarke – ci fa capire come potrebbero essere esistite diverse specie di Australopithecus  sparse in un’area molto più vasta”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *